La società delle api

LA SOCIETÀ DELLE API
L’ape è un insetto sociale, e come tale, vive in colonie formate da migliaia di individui. Nel periodo di massimo affollamento (primavera-estate), un alveare1 può contenere più di 60.000-80.000 api mentre, nel periodo invernale, la popolazione si riduce a circa 10.000 individui. Anche se al primo sguardo tutti i componenti della famiglia sembrano uguali, esistono tre diverse tipologie di individui: la regina, i fuchi e le api-operaie.
LA REGINA
Una sola ape si distingue dalle altre per l’addome lungo e slanciato: la regina. A differenza dalle altre femmine, nasce dopo sedici giorni da un uovo deposto in una cella più grande del normale (cella reale) ed è alimentata esclusivamente con pappa reale. Dopo qualche giorno, esce dall’alveare per effettuare il volo nuziale durante il quale viene fecondata da più maschi di differenti famiglie. Questo permette di mantenere nella popolazione una certa variabilità genetica ed evitare problemi di consanguineità. Appena la regina ha accumulato una quantità di sperma sufficiente per il resto della vita, torna nell’alveare ed inizia a deporre le uova: uno per ogni cella. Ad esclusione del periodo invernale, continuerà a farlo per tutta la vita arrivando a deporne anche duemila al giorno, nei momenti di massima espansione della colonia. La regina non è in grado di svolgere altri lavori, per questo è sempre circondata da giovani operaie che provvedono a nutrirla, ripulirla ed a soddisfare ogni sua esigenza. Il suo compito è fondamentale per definire la forza della famiglia infatti dal numero di uova deposte dipende il numero di api operaie. La regina può vivere quattro – cinque anni, ma invecchiando riduce progressivamente la sua capacità di deporre. Nel momento in cui la perdita di efficienza è tale da compromettere la sopravvivenza dell’alveare, le api operaie costruiscono delle nuove celle reali ed allevano una nuova regina che subentrerà alla vecchia. Nell’apicoltura da produzione, la regina deve essere sempre giovane e feconda perché da essa dipende la redditività dell’allevamento, perciò viene sostituita frequentemente dall’apicoltore. Anche se l’ape regina si distingue per la grandezza, è difficile sia individuarla tra la massa di api operaie sia capirne l’età esatta. Per facilitarne il ritrovamento si usa marcarla sul dorso con una goccia di vernice. Per convenzione internazionale, le api regine sono marcate con un colore scelto in base all’ultima cifra dell’anno di nascita su una serie ciclica di cinque colori (azzurro, bianco giallo, rosso, verde).

I FUCHI
Sono facilmente distinguibili dalle api operaie: più grandi e tozzi, hanno due occhi enormi, una ligula inadatta alla raccolta del cibo e sono sprovvisti del pungiglione. Questa casta è presente solo nel periodo primavera-estate ed è costituita da poche centinaia di individui nati da uova non fecondate. Rappresentano la popolazione maschile dell’alveare, la loro funzione è quella di fecondare la regina ma, i pochi fuchi che riescono ad accoppiarsi con la regina muoiono subito dopo. In autunno, quando la disponibilità di cibo (nettare) cala, i fuchi rimasti vengono uccisi dalle api operaie o scacciati e lasciati morire di fame. Da questo momento fino alla primavera successiva, l’alveare è abitato solo da femmine.

LE API OPERAIE
Le api operaie costituiscono la casta numericamente più importante, sono delle femmine incomplete in quanto non si possono accoppiare e riprodurre. Le api operaie di un alveare sono tutte figlie della stessa madre, ma tra loro possono essere sorelle (stesso padre) o sorellastre (padri diversi).Il ciclo di sviluppo di un’ape operaia inizia con la deposizione dell’uovo fecondato in una cella del favo. Dopo tre giorni nasce una larva bianca che per un brevissimo lasso di tempo è alimentata con la pappa reale, poi è nutrita con un miscuglio di miele e polline. La crescita è rapidissima. Dopo nove giorni dalla nascita della larva, le api operaie sospendono l’alimentazione e chiudono la cella con un tappo di cera chiamato opercolo. Isolata nella sua cella, la larva subisce varie mute fino a trasformarsi in insetto perfetto. Trascorsi ventuno giorni dall’ovodeposizione, l’ape adulta lacera l’opercolo ed esce sul favo. Questa giovane ape benché sia ancora debole e si regga a stento sulle zampe, inizia subito a lavorare. L’ape operaia svolge tutti i lavori necessari al buon andamento della società, ma la suddivisione del lavoro segue un ordine prestabilito in base all’età. La prima mansione è quella di pulire i favi e le celle in cui la regina depone le uova. Nel frattempo nella bocca si ingrossano le ghiandole che producono una specie di latte: la pappa reale. Così dal quarto giorno di vita di ape adulta, il suo compito è quello di nutrire le larve con questa pappa. Verso il decimo giorno le ghiandole nella bocca si atrofizzano e non producono più pappa reale, ma contemporaneamente si ingrossano le ghiandole della cera nell’addome. L’ape si dedica alla realizzazione dei favi ed alla costruzione delle celle esagonali dove la regina depone le uova o dove vengono stoccati miele e polline. Poi per qualche giorno deve immagazzinare, nelle celle del favo, le provviste portate dalle api bottinatrici. Verso il ventesimo giorno, quando anche le ghiandole della cera cessano di funzionare, l’ape si trasforma in guardiana, incaricata di difendere l’alveare dai nemici, pronta ad aggredire con il pungiglione tutti gli intrusi (vespe, lepidotteri, piccoli mammiferi). Dalla terza settimana inizia a raccogliere all’esterno tutto ciò di cui la famiglia ha bisogno. Da questo momento svolgerà esclusivamente le mansioni di ape bottinatrice fino agli ultimi istanti della sua esistenza che concluderà probabilmente in volo sotto il peso del suo bottino. Si pensi che un’ape, del peso medio di 100 mg, può trasportare 40 mg di nettare ad una velocità di 15-20 km/h, per una distanza superiore ai 3 km. Le api bottinatrici sono circa un quarto della popolazione e si dedicano alla raccolta del nettare, del polline, della propoli e dell’acqua necessari alla vita della famiglia. Va ricordato che per le api, il polline rappresenta l’alimento proteico fondamentale per allevare la covata, il nettare costituisce la risorsa energetica necessaria per svolgere le diverse attività, mentre l’acqua viene utilizzata per regolare la temperatura interna dell’alveare (sfruttano l’abbassamento di temperatura che si ottiene con l’evaporazione dell’acqua). Le esigenze alimentari di un alveare sono notevoli, infatti una normale famiglia di 50-60.000 individui consuma circa 50 kg di miele e 45-50 kg di polline all’anno. La ricerca delle fonti di approvvigionamento viene fatta da bottinatrici particolarmente esperte dette esploratrici. Queste api, rientrate nell’alveare, diffondono le informazioni relative a direzione e distanza del cibo con una serie di movimenti tipici sul favo, cui si dà il nome di danza. Se nasce durante la bella stagione, un’ape operaia lavora tutti i giorni dall’alba al tramonto tanto che morirà stremata dalla fatica nel giro di poche settimane (4-6 settimane) mentre ancora raccoglie le provviste, ma le api che nascono nel periodo fine estate-autunno riescono a vivere per sei mesi e più, garantendo la sopravvivenza della famiglia durante l’inverno. In questa stagione tutte le attività dell’alveare sono sospese. Quando la temperatura esterna scende al di sotto dei 10 °C, le api si stringono attorno alla regina dando luogo ad una formazione sferica detta glomere. Più bassa è la temperatura esterna, più le api si stringono e più piccolo è il glomere, ma nel suo centro la temperatura si mantiene stabilmente tra i 24 e 30 °C indipendentemente da quella esterna. Raccolte nel glomere, le api riescono ad affrontare temperature esterne fino a 40 °C sotto zero, purché siano in numero consistente e siano fornite di sufficienti provviste, mentre una singola ape, ad una temperatura di 10 °C, rimane immobilizzata e muore nel giro di poco.
I NEMICI DELLE API Le api come tutti gli esseri viventi sono soggette a malattie che ne riducono la vitalità e la capacità produttiva. Rispetto agli altri allevamenti praticati dall’uomo, è importante ricordare che l’ape è un insetto libero di spaziare nel territorio per questo un apiario trascurato può trasformarsi in fonte pericolosa di malattie. Riconoscere la presenza di una malattia fin dai primi stadi e saperla identificare è importante.
La Peste americana La peste americana così chiamata perché fu identificata per la prima volta in America, è causata da un batterio (Paenibacillus larvae) e colpisce solamente le larve. Il contagio si diffonde con il cibo infetto somministrato dalle api operaie. Il batterio si moltiplica nell’intestino della larva che muore quando ormai la cella è opercolata. Il deterioramento del colore dell’opercolo verso il marrone-nero è uno dei primi sintomi osservabili. In una fase successiva le larve morte assumono una caratteristica consistenza filamentosa e dai favi emana un odore tipico. Poi la massa vischiosa si dissecca formando delle scaglie che contengono milioni di spore pronte ad infettare una nuova colonia. La peste americana è considerata una delle malattie più gravi soprattutto per l’estrema contagiosità. La strategia vincente nella lotta a questa malattia si basa sulla tempestiva individuazione dei sintomi e sulla conseguente soppressione della famiglia con l’incenerimento delle api e dell’arnia che le conteneva.
La Varroasi Verso la fine del secolo scorso una nuova patologia ha radicalmente mutato il modo di condurre gli alveari: la Varroasi. Questa malattia è causata dalla varroa (Varroa destructor), un acaro parassita originario dell’Asia orientale dove vive su razze di api locali (Apis cerana) senza arrecare particolari danni. Probabilmente il trasporto ed il commercio di api hanno favorito il passaggio dell’acaro sull’ape europea ed ora la varroa è diffusa praticamente ovunque. In Italia le prime segnalazioni risalgono al 1981, mentre in Trentino è apparsa per la prima volta nel marzo del 1987 determinando la morte di moltissime famiglie di api. La varroa è uno dei pochi patogeni che colpisce sia le api adulte che la covata. Questo acaro si riproduce esclusivamente all’interno delle celle di covata opercolate, cioè in celle chiuse e causa la nascita di api più piccole e malformate. Le varroe adulte, uscite dalle celle, si aggrappano alle api operaie o ai fuchi e con l’apparato boccale ne perforano i tegumenti per nutrirsi del sangue (emolinfa). Lo sviluppo incontrollato della varroa può portare rapidamente alla morte della famiglia infestata, infatti nella stagione calda, la popolazione di acari presente nell’alveare raddoppia mensilmente. Nella lotta alla varroasi sono stati sperimentati diversi protocolli nessuno dei quali si è dimostrato risolutivo. Nell’impossibilità di eradicare questa malattia che interessa tutti gli alveari, la lotta mira a contenere il livello di infestazione per evitare di raggiungere soglie letali per la famiglia.
L’orso bruno L’orso bruno non è mai scomparso dal Trentino, ma con l’avvio nel 1999 del progetto Life-Ursus, la popolazione di questo grosso mammifero è notevolmente aumentata. L’orso dal punto di vista alimentare è un “onnivoro opportunista”, infatti tende a sfruttare la fonte di cibo più abbondante e facilmente accessibile. Può attaccare gli apiari alla ricerca non solo di miele, ma anche di larve ed api. É in grado di distruggere e saccheggiare interi alveari e per le famiglie assalite è quasi impossibile riprendersi. Nelle zone dove l’orso è presente, gli apiari sono costantemente a rischio, tuttavia il saccheggio può essere prevenuto istallando delle recinzioni elettriche. Queste strutture possono garantire una protezione sufficiente purché la corrente non sia interrotta in nessun punto e non vi siano situazioni che possano facilitare il superamento della recinzione (esempio alberi).