GLI ALPINI SCIATORI E LA CONQUISTA DEL SAN MATTEO

Dopo le prime esperienze con gli sci all’inizio del XX secolo, la pratica siistica s’impose in breve tempo nel corpo degli Alpini e, allo scoppio della prima guerra mondiale, ogni battaglione aveva in organico un plotone sciatori con compiti essenzialmente esplorativi. Nell’inverno 1916-1917 vennero costituiti 12 battaglioni sciatori, ciascuno composto da due compagnie da 250 soldati ciascuna. Nel luglio 1917, viste le caratteristiche del fronte che non permetteva l’utilizzo di grandi masse di sciatori, i battaglioni furono sciolti utilizzando le diverse compagnie per formare sette nuovi battaglioni ordinari: Cuneo, Courmayeur, Pallanza, Monte Tonale, Monte Pasubio, Monte Marmolada e Monte Nero. Vennero mantenuti solo i due battaglioni sciatori che operavano sui ghiacciai dell’Ortles e dell’Adamello, dove le vaste e pianeggianti distese innevate permettevano l’impiego di tali reparti, che diedero prova di eccezionali capacità alpinistiche e di grande ardimento. Nel febbraio 1918 il 1° Battaglione sciatori, costituito l’anno prima con soldati del 5°Alpini, prese la denominazione “MONTE ORTLES” e, con le sue tre compagnie al comando del maggiore Ettore Caffaretti, iniziò ad operare nel tratto di fronte tra la valle Zebrù e il Passo Gavia. Il 1° battaglione Sciatori con il 2° (poi Corno di Cavento) furono i soli a rimanere in linea fino alla fine della guerra, a causa della necessità di utilizzare su queste montagne, ricoperte dai ghiacci anche in estate, soldati abili con gli sci e addestrati a muoversi sui ghiacci utilizzando l’attrezzatura alpinistica. Questi reparti furono anche i  primi a sperimentare le tute mimetiche, ideate dal geniale capitano medico Ugo Cerletti, arruolato nella prima Centuria Volante in val Zebrù, tute mimetiche poi adottate anche dai reparti austriaci. Dopo il periodo invernale passato il presidio al Gavia e negli avamposti di prima linea, questi Alpini organizzarono le posizioni sulla cima San Giacomo e sul Dosegù preparandosi alle operazioni sul San Matteo. La conquista della montagna e della vicina cima del Mantello venne decisa per sottrarre al nemico un importante osservatorio sul vallone del Gavia e al contempo saggiare la capacità combattiva degli austriaci, sempre più a corto di cibo e munizioni. All’alba del 13 agosto 1918, quattro piccole colonne costituite da soldati del Monte Ortles e da mitraglieri del Mondovì, partendo dalle posizioni sul Dosegù, attaccarono la cresta e attraverso il ghiacciaio le posizioni austriache sul San Matteo e sul Mantello; quest’ultimo caposaldo venne ingaggiato anche da una quinta colonna in partenza dalla vicina cresta di Villacorna. L’azione, appoggiata da un pesante fuoco di artiglieria che accompagnò i soldati nella loro avanzata, portò alla conquista di tutte le posizioni nemiche e alla cattura di diverse decine di soldati austriaci e di molto materiale bellico. Nonostante le proposte del giovane capitano Arnaldo Berni, sopraggiunto con le truppe di rincalzo, con le quali voleva completare l’azione conquistando la vicina Cima Giumella, gli altri ufficiali decisero di sospendere l’attacco lasciando così nelle mani austriache un importante punto di appoggio in alta quota che venne poi sfruttato dal nemico per riconquistare la cima San Matteo ai primi di settembre. In quell’ultima azione, portata avanti dagli austriaci con grande dispendio di energie e mezzi, come per sottolineare la volontà di battersi fino alla fine, cadde ucciso o prigioniero l’intero presidio di vette italiano. Il capitano Berni, che comandava il caposaldo e si era accorto fin dal primo momento dell’errore di lasciare la vicina cima Giumella in mani avversarie, venne ucciso dal crollo di una galleria di ghiaccio mentre organizzava l’ultima disperata difesa. Nonostante le ricerche del padre, che si protrassero per alcuni anni dopo la guerra, il suo corpo non fu mai ritrovato e riposa tutt’ora, con molti dei suoi soldati, tra i ghiacci della montagna. Il suo attendente, il soldato Giacomo Perico, scampato per miracolo alla morte in quel tragico giorno, ritornò ogni anno sulla montagna per oltre quarant’anni portando sulla cima alcune stelle alpine e un po’ di muschio a ricordo del suo comandante morto a 23 anni, quando era il più giovane capitano del 5° Reggimento. La battaglia del San Matteo fu la più alta combattuta da reparti numerosi nella prima guerra mondiale e fu l’ennesima dimostrazione della capacità e dell’abilità di operare ad alta quota raggiunte dopo tre anni di guerra dalle truppe alpine di entrambe le parti.

Fonte: Sui sentieri della Grande Guerra Diego Vaschetto